L'ultimo film di Lars Von Trier è una commedia. Nelle intenzioni dell'autore c'è di far ridere, non troppo.
Un attore viene ingaggiato dopo anni di disoccupazione da un personaggio fantomatico, Raoul. Questi gli commissiona il
difficile ruolo di “grande capo” di una strampalata azienda solo per firmare uno strampalato contratto di vendita.
Tuttavia, in pochi giorni l'improvvisato attore scopre le debolezze dei suoi dipendenti. Li ascolta, li asseconda.
C'è chi vuole sposarlo, chi scoparlo, chi picchiarlo. Il “grande capo” fa la sua parte seguendo i metodi
di un certo Antonio Stavro Gambini. Finchè a difendere la causa del possibile compratore dell'azienda non compare la
sua donna che in ogni modo tenta di smascherare il ruolo giocato dall'attore. E' sul punto di riuscirci e salvare la sorte
dei sei dipendenti dalla tentata truffa di Raoul, ma l'amore per Gambini fa precipitare tutto.
Lars Von Trier gioca sul mestiere dell'attore e del regista, intercambiando i ruoli dei due protagonisti in un gioco ben
riuscito. Le due donne una moglie l'altra scopatrice, i due uomini uno psicopatico l'altro terrorizzato sono perfetti
personaggi tipo che interagiscono in modo geniale ed esilarante. Tutto il film passa dalla realtà al gioco:
le trattative per la vendita, le riunioni tecniche, la ridicolizzazione di qualsiasi tecnica economica, organizzativa,
di valorizzazione. Le dinamiche di gruppo vengono esasperate ma allo stesso tempo chiarite senza lasciare dubbi. Però,
quello che la donna del grande capo, i sentimenti umani, i soldi non possono, può farlo il teatro.
Lars Von Trier dichiara con questo film di non avere intenti pedagogici. Probabilmente è vero ma il “grande
capo del grande capo, il grande c.” descrive l'intera società dall'arte all'idea di Dio e la trasferisce
tutta su un palcoscenico.
Le lacrime amare di Petra Von Kant
Al teatro Argentina di Roma per la regia di Antonio Latella l’opera di Fassbinder.
Una donna nuda gigante occupa la scena. Quattro donne-tipo la circondano dialogando con il megamanichino.
Petra, una stilista di successo, vive con la sua domestica muta. Un telefono esterno alla scena la collega con il mondo da
cui lei cerca di distaccarsi. Le visite di amiche chic le permettono di liberarsi dell’inconsistenza della sua vita
sentimentale. L’incontro con una giovane modella che accoglie in casa innamorandosene. Quest’ultima, però,
va via alla prima telefonata del marito lasciando Petra nella disperazione.
La figlia piagnucolosa e la madre affettata non aiutano Petra che vede disgregarsi il megamanichino a causa
dell’azione meccanica di fantomatici uomini dietro le quinte.
Dialoghi semplici e ben costruiti. Personaggi nel contempo tipizzati ed espressivi. Una regia con pochi interventi
ma di grande impatto: separè di ombre mobili che divide in due la scena, luci centrate sui personaggi che
riproducono dietro le quinte le loro vicende, musiche evocative di diverso genere. La struttura del testo risulta forzata
in alcuni punti da intermezzi conclusivi che dovrebbero essere di raccordo.
L’intensità dell’amore di Petra per la sua donna è tale da annullare ogni suo tentativo di fuga
dalla società contemporanea. Il tiaso produce e raccoglie le sue lacrime. Possedere la sua donna equivale ad amarla.
I Figli dell’Uranio
“I Figli dell’Uranio”, scritto da Peter Greenaway e messo in scena dalla olandese Saskia Boddeke,
è un esempio di contaminazione di performing art, visual art e le musiche innovative di Andrea Liberovici.
Il lavoro è stato presentato nel 2005 a Genova per l’anno mondiale della Fisica, a 100 anni dalla pubblicazione
della “Teoria della Relatività” di Einstein e a 50 anni dalle stragi di Hiroshima.
Peter Greenaway, scrittore e documentarista, regista tra l’altro de “I misteri del giardino di Compton House
” (1982), “Lo Zoo di Venere” (1985) e “I racconti del cuscino” (1996),
ha sempre subito il fascino della pittura cinquecentesca e seicentesca trasponendola in immagini cinematografiche.
Negli ultimi anni si è dedicato al superamento del film attraverso la commistione di immagini e attori in movimento
collocati in un teatro disgregato ma connesso.
I “Figli dell’Uranio” è ispirato al testo “Voli fatali”,
scritto nel 2005 da Greenaway. Si tratta di 92 storie di personaggi immaginari colpiti da mutazioni fisiche e linguistiche.
L’azione è frammentata in otto scene sincroniche.
Isaac Newton gioca con la mela del peccato. L’Uranio, 92° elemento, tormenta chi l’ha scoperto.
Eva si muove da un luogo all’altro seducendo chi vi abita. Joseph Smith, colui che portò alla luce l’uranio,
si tormenta nel suo letto.
Marie Curie, rinchiusa in una stanza lugubre, è pallida perché colpita da radiazioni.
Albert Einstein, in uno studio cupo ricoperto da formule che lo opprimono, delira consapevole che non avrebbe potuto negare
la conoscenza scientifica.
Robert Oppenheimer, colui che confezionò la prima bomba atomica, solo con i suoi rimorsi.
Nikita Kruscev, folle vicino alla morte, critica la promessa di una società di uguaglianza malata di corruzione e
capitalismo. Mikhail Gorbaciov, annichilito dalla scomparsa della moglie Raissa, si aggira disperato nella sua camera ardente.
Ed infine George W. Bush, nello studio ovale, circondato da immagini terribili.
Questi personaggi interagiscono spostandosi da un luogo all’altro e scambiandosi foto di uomini con malformazioni.
E’ una battaglia sulle responsabilità. Le parole degli attori si sovrappongono alle immagini degli schermi.
Le lingue dei personaggi si mescolano in un uso originale degli accenti. Il pubblico si muove tra le scene seguendo
l’uno o l’altro personaggio. Si divide e partecipa inconsapevolmente.
Questo lavoro unico di Greenaway registra il fallimento della rivoluzione russa, della fisica atomica, tenta di cercarne
le responsabilità ma scopre soltanto scenari futuri apocalittici.
Il vento che accarezza l'erba
"Il vento che accarezza l’erba":
un titolo tanto sereno quanto violento è il nuovo film di Ken Loach.
Due fratelli combattono fianco a fianco nella guerriglia di opposizione all’occupazione britannica dell’Irlanda.
La morte di amici e compagni di lotta inasprisce lo scontro. La firma del trattato di pace con gli inglesi che dà una
sovranità limitata al Paese divide i vecchi compagni di battaglia. Bambini, dattilografe, giudici, medici,
macchinisti sono tutti uniti nella lotta contro il colonizzatore.
La resistenza ripete in prigionia che lo scontro deve condurre necessariamente alla formazione di una Repubblica socialista
poiché altrimenti i latifondisti e i capitalisti britannici
renderebbero l’Irlanda in ogni caso succube.
Scene dure, le unghie delle mani strappate da una vecchia pinza, una ad una; gli assalti ai capannoni di gente povera;
gli assassini sommari di un popolo forte; il tribunale irlandese sentenzia la condanna di un commerciante a restituire gli
interessi da usura imposti ad una donna indigente. Ma la necessità di armi mette in dubbio la decisione.
Questo film chiarisce l’ingiustizia universale dell’occupazione straniera e riproduce mirabilmente l’odio
che la violenza genera nei combattenti. Le vite private dei personaggi si intrecciano con la lotta fino all’assassinio
del protagonista, opposto all’accordo con gli inglesi, per mano di suo fratello,
ormai membro dell’esercito del nuovo governo repubblicano.
Un finale forzato e non necessario chiude un film dalla narrazione fluida e chiara.
I richiami al socialismo diventano qui corollari all’uso della lotta armata per la liberazione nazionale:
questo segna un riferimento palese a fatti presenti.
A Est di Bucarest
Il film rumeno di Corneliu Porumboiu parla di Rivoluzione.
"C’è stata la Rivoluzione nella mia città?" La domanda viene poi riformulata
"La gente è scesa in piazza prima o dopo le 12:08?"
Tre sono i protagonisti della trasmissione televisiva locale: il conduttore cerca disperatamente due interlocutori
ma trova solo un prof. ed un vecchio. Il prof., personaggio veramente riuscito, fa recuperare gli studenti rimandati
con un tema sulla "Rivoluzione francese". E’ oberato dai debiti e dedica l’ennesimo stipendio ai suoi
creditori in fila.
Ma il cinese suo amico, vituperato da ubriaco, lo aiuta.
Il vecchio, un vero comico, ricambia bambini con lanci di petardi.
Ha inizio la trasmissione. Il prof. racconta la sua Rivoluzione. Telefonate lo discreditano. "Ognuno ha un
modo per fare la Rivoluzione", secondo il vecchio. Aveva aspettato che Ceausescu andasse via prima di scendere in piazza.
Un film documentario sulla partecipazione politica e la quotidianità nella Romania post-comunista e
colpita dalla grave crisi economica. Le immagini traballano riproducendo l’avventurismo di un giovane cameraman.
La lunga riproduzione di un luogo quale lo studio televisivo permette di superare la banalità dei fatti.
E’ un film ben riuscito, semplice.
Pecca di smancerie nell’incipit e nel finale ma per pochi secondi, a tratti esilarante, volti molto espressivi,
ed un’unica lunga sequenza con alle spalle un’immagine di piazza vuota.
Timisoara e Bucarest contro il dittatore, nelle piccole città una Rivoluzione senza lotta.
Rumble fish
La libreria anarchica di Via dei Campani ha riproposto
"Rusty il selvaggio"
film di Francis Ford Coppola del 1983.
Il regista crea un’atmosfera mitologica dove la California è la Grecia di Pericle e Miki Rurke,
Motorboy, è Cassandra. Due fratelli per le strade della periferia di Oklaoma City.
Un padre sempre ubriaco, una madre folle e scomparsa. Rusty James ha un corpo mutante, nessuna ferita lo uccide
ma tutte lo minano. Pende dalle labbra di un fratello che "potrebbe fare tutto ma sceglie
di non fare niente". No, una cosa vuole farla: liberare gli animali dalle gabbie di un negozio;
gettare nel fiume pesci colorati per tutti, ma non per Motorboy, il daltonico.
I ponti della città diventano set tragici come templi. L’acquario un luogo deformato. I personaggi si muovono
come in un musical nella prima parte per poi trasformarsi in tipi idealizzati. Padre e figli inetti giocano su un letto,
il più piccolo è coinvolto in un’orgia sublime, specchietti riflettono le immagini dell’acquario,
Motorboy appare sulla foto di una rivista. Tom Waits assiste all’inettitudine di Rusty James senza dare giudizi.
Motorboy lo porta ferito tra le braccia come una madre tragica.
Dei suoni mai rudi coprono le azioni: l’alcol sul fianco di una ferita profonda. Le telecamere si muovono suggerendo
nuovi spazi o mostrando i corpi di gente che danza nei pressi di un biliardo. Rusty James vede la sua ragazza
sull’alto scaffale della scuola, sulle mura della fabbrica e non può non amarla.
Un poliziotto, però, condanna a morte Motorboy nei pressi di un orologio senza lancette.
Muore, ma la folla accorre sussurrando "non dovevano ucciderlo".
Phaedra's love
Sarah Kane descrive la crudeltà dell’uomo in “Phaedra’s love” in scena al
Teatro dell’Orologio di Roma.
Un ragazzo-principe, Ippolito, vive in uno stato di depressione consapevole. Trascorre le sue giornate avanti
ad uno schermo. Con un calzino nelle mani soffia il naso e raccoglie sperma. Gioca con una macchinetta telecomandata.
La donna-matrigna chiede il soccorso di un inutile medico prima di dichiarare il suo amore infinito per il non-figlio.
La fellatio voluta dalla donna non è atto di stupro. Tuttavia, la donna, trattata con disprezzo, si uccide accusando
il figlio di violenza.
Il protagonista non aspettava altro per rendere concreta la sua malattia trasformandola in morte.
In galera doma un prete giunto per redimerlo. Infine, viene evirato e giustiziato dai sicari del padre e muore,
cinico, assieme a quest’ultimo. Il verso di avvoltoi.
Un intreccio pseudo-familiare che nasconde l’opposizione tra anti-amore e anti-morte. Il cinismo dell’uomo
più crudele che rivela al mondo una verità desolante. Il teatro spietato di Sarah Kane è arricchito
dalla voce dell’attore protagonista particolarmente a suo agio nei panni di Ippolito.
“Phaedra’s love” è una rivisitazione post-moderna della tragedia di Fedra adattata alla
società sessuofobica del presente nasconde tracce di semplicità geniale.
La regia estemporanea ripropone sulla scena e in presa diretta fugaci riprese video.
Il Maestro e Margherita
Sugli stagni Patriarsie l’assassinio di Berlioz trasforma Mosca
nella città dell’allucinazione. “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov
è una favola: un incrocio tra le strade nei pressi della Sadovaja, a Mosca, e Jerushalaim.
La combriccola di letterati dell’associazione Masolit è colpita dalla scomparsa di Berlioz.
Nel frattempo, Ponzio Pilato decide la sorte di Hanozri tra le pagine del libro scritto dal Maestro.
Tutti i personaggi oscillano tra verità storicizzata ed il mito di una salvezza metafisica.
Chi dice la verità in pubblico ed agisce senza curarsi dello stato generale di allucinazione
viene trattato come folle, è la sorte di Ivan, ma chi, come Margherita, partecipa ad un ballo
con il peso di un pendaglio che le distrugge le ginocchia vive un sogno del tutto logico.
Una Mosca bellissima di strade intricate ed incontri fugaci. Gatti parlanti e spettacoli teatrali
dove gli spettatori si ritrovano nudi e si rincorrono tra i vicoli lungo la Sadovaja e la Arbat.
Il tempo del testo si ferma dando spazio al libro, vilipeso dai critici russi, scritto dal Maestro.
Il testo prende vita ripercorrendo le vicende della condanna a morte e crocifissione di Joshua Hanozri.
Fatti riprodotti come da vangeli apocrifi.
Intanto, due percorsi paralleli si intrecciano tra le strade di Mosca. Il primo coinvolge Ivan ed il Maestro
rinchiusi nel manicomio della città. Il secondo descrive gli avvenimenti che coinvolgono gli stravaganti
personaggi dell’appartamento del defunto Berlioz.
I colli di Mosca sono il teatro dell’incontro finale dei personaggi del testo del Maestro,
di cittadini e fantasmi fantastici. Woland, artista-Satana, compie la volontà di Levi Matteo
e salva il Maestro e Margherita dalle ambiguità terrene.
Tre livelli di narrazione che corrispondono ad altrettante caratterizzazioni di personaggi:
reali, reali storicizzati, fantastici. Tre tempi narrativi: l’uno nel passato biblico,
l’altro in una Mosca surreale ma contemporanea ed il terzo nel ballo metafisico che unisce i due eventi.
Quest’ultimo si verifica in un luogo dove passato reale, passato irreale, presente reale e presente irreale
si incontrano. Tre spazi narrativi: Jerushalaim, Mosca ed il sogno di un unguento che restituisce bellezza perduta.
La dannazione dell’arte colpisce la città che la ospita e gli uomini che la vivono.
Questo buio feroce
“Questo buio feroce” di scena al teatro Argentina per la regia di Pippo Delbono
è un adattamento teatrale di performance in sequenza. Una voce fuori campo annuncia una storia di malattia e morte.
E’ la voce di un regista-attore, narratore e deus ex machina.
L’AIDS è una malattia come tante ma chi ne è colpito conquista uno stato di trasformazione
continuo ed incomunicabile. Filiformi, zoppi, mostri seggono e attendono un attimo di gloria che li faccia sentire vivi.
La malattia non è un morbo ottocentesco che affascina e avvicina alla decadenza. Qui è sinonimo di morte.
La stessa morte che colpisce oggi Venezia, una città cadavere.
Ecco, gli attori che sfilano sulla scena non sono malati ma cadaveri.
Malattia che non colpisce i soli individui ma la società intera e le sue contraddizioni.
Le vicende a questo punto si divaricano. Una donna dell’Arkansas si interrompe nel racconto della sua banale vita
mentre un travestito legge annunci erotici. Ma, prima che la fine sopraggiunga, resta la speranza di una serva
salvata da una scarpa. Poi però, il nulla. Un lungo tavolo, due candele, cadaveri
ed un uomo steso che parla nonostante la morte. L’uomo-regista-malato danza.
Una minima scenografia per un’ambientazione da Crimaster in un luogo metafisico.
L’uso continuo di rimandi musicali risulta poco gradevole.
La propensione ad una continua riproposizione di brani musicali ad effetto ricade sulla scena
forzando i movimenti degli attori e banalizzando azioni intense.
L’assenza di scrittura e di dialoghi nasconde un eccesso di terzomondismo ed un tentativo goffo di riprodurre anglofonia.
Attori disabili, folli e malati arricchiscono enormemente la scena.
I movimenti degli attori e la danza del regista sono degni di Pina Baush.