Naouel viveva a Saint Denis, periferia di Parigi. Genitori algerini, trasferitisi in Francia in cerca di un lavoro. Vita dura.
Strade sempre spente. Notti lunghe, senza luce.
Sebbene Naouel avesse ricevuto un’educazione religiosa, aveva imparato a non dare importanza all’argomento. In casa
si respirava un’aria del tutto occidentale. Il fratello era un writer conosciuto nel quartiere.
Ascoltava musica ripetitiva. Qualche volta fermato per spaccio, si esprimeva in modo aggressivo. Circolava con un gruppo
di ragazzi senza lavoro. Una notte in inverno si era sentita la sua voce urlare
“Il nous a dit racaille! On va brule tout!”.
Naouel amava la cucina della sua terra, era orgogliosa di invitare amiche per il Ramadan e di offrire loro cibi fino a notte.
In classe la metà degli alunni era di origine nordafricana. Non le piacevano i veli, vestiva come le altre ragazze.
Per strada molte amiche portavano il velo: alcune grigio, altre nero, poche colorato. Le grigie la preoccupavano poichè
non capiva subito da dove venissero. Mentre riusciva a riferire il bianco, il blu, il nero a regioni specifiche, non sapeva
come comportarsi col grigio. Non se ne faceva un problema. Frequentava ragazzi. Disdegnava l’attitudine delle amiche
ad isolarsi. Lei preferiva passare tempo coi ragazzi, in particolare se francesi. Non amava i discorsi delle amiche.
In primavera seguì il fratello a Parigi. C’erano manifestazioni dappertutto. Fuochi a Saint Michel, barricate
alla Sorbona, scale passate dalle finestre. Naouel non capiva molto, era quasi impaurita. Il fratello la lasciò a
Place d’Italie dicendole “On va casser tout! Fais gaffe à toi!”.
Lì conobbe Fabrice. Fu subito colpita dalla sua franchezza, dal suo sguardo diretto e senza pregiudizi.
Si allontanarono dalla folla. Passò con lui delle ore piacevoli, prima sul fiume poi lungo le strade verso Rue Sainte
Marthe. Fabrice viveva in una mansarda molto piccola, passava le giornate rullando, leggeva, scriveva. Tanti amici.
Si mandavano messaggi. Si rividero a maggio al Parc Citroën. Musica tekno sul pontile verso il fiume. Non trascorse con
lui la notte solo per il timore della reazione dei genitori. Tuttavia, quasi ogni giorno d’estate riuscì a
scappare da Fabrice non destando alcun sospetto.
Una sera, ad una festa strana per Naouel, conobbero Adriana, ragazza messicana. Allegra, movimenti strani, forse dovuti
al crack. Raccontò la sua storia. Aveva ventuno anni e quattro figli. Dai quattordici anni non faceva che rimanere
incinta. Amava il suo uomo e proseguiva nell’abitudine. A quanto pare una storia nemmeno così bizzarra per
Città del Messico. Stanca della sua pancia aveva prima smesso di accudire i bambini e poi era scappata a Parigi.
Propose a Naouel e Fabrice di recarsi con lei al Teknival, in Bretagna, tre giorni di festa, musica dura. Sarebbero partiti
con un vecchio camioncino sgangherato dove passare le notti. Fabrice entusiasta, Naouel non aveva idea di cosa si trattasse
ma rinunciò subito a remore mai nate. Passò la notte con Fabrice e partirono l’indomani. Una strana
telefonata a casa aveva preoccupato tutti. Urla. Però Naouel sembrava non dare grossa importanza alla reazione
dei genitori.
Arrivarono al Teknival già ubriachi e allucinati. Un campo grandissimo. Tende, camper e camioncini. Ragazzi da ogni
luogo, vari palchi. Parlavano tutti. Chi rullava passava a chiunque avesse vicino. Luci psichedeliche proiettate in terra,
sugli schermi, tra la folla. Una musica durissima, infinita, penetrante. Movimenti di scatto di braccia, di gambe, di surf
su terra. Una donna bionda, lungo boa viola, si agitava col bambino allucinato al suo fianco, il suo uomo metteva musica.
Altri ragazzi ai margini si amavano e spesso coinvolgevano i vicini. Si vedevano dei volti rossi, accesi. La notte, per il
freddo pungente, venivano accesi fuochi un po’ ovunque. La musica non si fermava. Molti non dormivano mai. Tra questi
Naouel. Era esterrefatta. Aveva lentamente sentito il corpo muoversi libero. Quei movimenti prima meccanici diventavano a poco
a poco fonte di liberazione. La testa vuota, il corpo leggero. Fece l’amore con Fabrice. Si sentiva viva.
Quella musica, sebbene dura, le dava vita più del sangue.
Il terzo giorno quel campo divenne un porcile. Piscio, vomito e alcol dovunque. Una puzza putrida che nessuno sembrava
avvertire. Anzi, molti sguazzavano nella fanghiglia.
Un gruppo di ragazzi, tra i più allucinati, passava la notte in un bus senza poltrone, pieno di coperte, sacchi a pelo
e bottiglie vuote. Uno di loro cacciò un fucile. Iniziò a sparare in aria. Era notte, non sentiva né
percepiva i rumori nè le immagini né gli oggetti al tatto. Barcollando a terra sparò l’ultimo colpo.
Colpì Naouel che ballava tra la folla. Cadde ai piedi di Fabrice. Questi la raccolse e la tenne tra le braccia.
Nessuno si accorse del fatto. Continuarono tutti nell’orgia. Fabrice urlava, piangeva. La musica copriva tutto.
Naouel disse soltanto: “J’ai appris à vivre et à mourir”. Spirò.
Fabrice la stringeva a sè ma non sentì le sue parole né capì cosa avesse voluto dire.
Guardava la festa continuare. Per un attimo vide gli sguardi di tutti, i movimenti di tutti come se non fosse invasato.
“Cette musique me rendt sourd”, pensò.
Giuseppe Acconcia
Arte militare
Il giusto è l'utile del più forte
“L’educazione militare insegna ad accettare anche le punizioni ingiuste. Un giorno un nostro compagno
aveva subito una punizione ingiusta, una settimana di consegna. Non protestò. Ricevette i complimenti del Generale
per non essersi ribellato alla punizione ingiusta”, disse ai nuovi allievi un vecchio marinaio.
Bambini di quindici anni ascoltavano quelle parole ammirati, sentivano già la responsabilità di una vita dura,
che tempra. Da pochi mesi avevano lasciato casa per il freddo di Pietroburgo, venivano da vari paesi della nuova Russia.
Una selezione dura. Difficile lasciare casa.
Iazek, uno di loro, di origine polacca, primeggiava su tutti in bellezza ed intelligenza. Un entusiasmo unico per la nuova
vita che lo liberava dal nulla dei vecchi amici e della famiglia triste. Accettava ogni sopruso dei più anziani e ogni
regola imposta. Gli sembrava insensato obbligare a studiare solamente poche ore al giorno. Fu colpito la prima notte
d’inverno quando entrarono alcuni superiori nella camerata e spalancarono tutte le finestre. Un freddo intenso
quella sera, dicevano che si sarebbero dovuti temprare. Era infastidito dai privilegi accordati ad un suo compagno,
figlio di un vecchio capitano. Ne era disgustato. Imparò a non toccare nulla a tavola prima che i più
anziani avessero iniziato. Tagliava ogni frutto con coltello e forchetta, anche i più ostici.
Quelle poche volte che poteva far ritorno a casa sentiva la tristezza scorrere quando doveva prendere il treno per
Pietroburgo. Pensava però che se fosse rimasto a casa non avrebbe fatto nulla tutto il giorno. Preferiva una vita
scandita da tempi meccanici all’inedia di casa. Ripartiva triste ma lo faceva senza mettere in discussione la
necessità di quella scelta. Neppure rinunce di compagni e antichi amici lo smossero.
Passati alcuni anni si sentiva motivato nel suo ruolo consolidato di capoclasse e partecipe della vita militare e dei
suoi ritmi. Durante l’estate fu assegnato a guardia di un frigorifero militare a Pavlovsk. Gli parve assurda quella
mansione ed inutile quel compito ma lo accettò di buon grado come aveva fatto fin a quel momento. Era sempre
più bello e superava in intelligenza tutti i suoi compagni. Magro, bianchissimo, uno sguardo mai irato.
Arrivarono i primi compiti seri. Fu inviato a Grozny come rinforzo in seguito al montare della protesta degli
indipendentisti. Conosceva la regione, aveva sempre pensato che fosse diritto di quella gente avere la propria indipendenza.
Vide una città distrutta, case deserte, strade colme di macerie. Solo alcuni negozi sembravano aperti ma privi di tutto.
In quelle notti sognò cumuli di macerie. Si risvegliava angosciato e pieno di timore per le battaglie contro
la guerriglia di cui aveva sentito parlare. In realtà in quei giorni la situazione era calma e nulla faceva
presagire l’inizio di scontri.
Era prevista una manifestazione pacifica degli indipendentisti in rispetto della tregua siglata con le truppe russe.
Vi parteciparono poche migliaia di manifestanti, molti ragazzi, alcune donne. Non avevano armi. L’ordine vago
dall’alto era però di colpire se solo alcune facce riconoscibili si fossero presentate in strada.
I suoi compagni, sia quelli di stanza a Grozny che altri rinforzi, colpirono molti manifestanti senza alcuna ragione precisa.
Nessuno li fermò. Manganello, lacrimogeni. Prima colpivano gli scudi di plastica con i manganelli per spaventare
la folla. Quando i manifestanti proseguivano con azioni pacifiche, bloccando alcune strade di accesso alla città
e urlando slogan inneggianti ad una Cecenia libera, i soldati prima lanciarono lacrimogeni, poi manganellate.
Donne ferite in terra, ragazzi e lamenti, sangue, la furia proseguiva senza sosta. I soldati sembravano come spinti
dalla motivazione di educare tutti ad accettare anche punizioni non giustificate. Iazek si ritirò indignato,
faceva parte della retroguardia e non colpì nessuno.
Quella scena gli sembrava assurda ma capiva il comportamento dei suoi compagni.
Iazek aveva ventidue anni. Non tornava quasi più a casa, scriveva lettere sempre meno piene di entusiasmo. Capiva.
Alcuni suoi compagni avevano talmente interiorizzato le prescrizioni da comportarsi come animali.
Non ci faceva davvero caso, passava molto tempo con alcuni compagni che riteneva non disposti ad accettare di punire
ingiustamente qualcuno.
Giunse il 31 dicembre. Quasi tutti i militari avevano fatto ritorno a casa per la fine dell’anno ed il natale ortodosso.
Iazek era di guardia, con lui altri dieci compagni. Solo uno di loro era suo amico, gli altri non gli piacevano.
La sveglia era stata come al solito all’alba. Lavarsi, vestirsi, rifare il letto, gli esercizi, colazione.
Non c’erano lezioni, avevano poche ore libere che passarono in giro per Pietroburgo. Mangiarono poco, come ormai erano
abituati a fare. Gli ufficiali e i generali lasciarono la caserma nel primo pomeriggio. Rimasero solamente i dieci soldati.
Le ore del pomeriggio trascorsero noiose. Nel cortile solo neve, una giornata grigia, freddissima. Il muro della caserma
lasciava intravedere alcuni movimenti di ragazzi pronti alla sera di festa.
All’interno, i dieci si ritrovarono in una stanzona buia, lungo tavolo con tante sedie, nessuna decorazione,
pareti stinte, due finestre alte, nell’angolo un bancone con alcuni vecchi sgabelli. I compagni lo guardavano con
occhi strani.
Bevvero vodka tutta la sera. Erano ubriachi all’inverosimile. Iniziarono a cantare, a scherzare, a rincorrersi,
a picchiarsi senza foga. I loro volti mutavano, i lineamenti si inasprivano, le labbra facevano fatica a muoversi.
Sembravano come invasati. Iazek meno degli altri. Uno di loro lo afferrò per il collo, lo gettò a terra.
Un altro gli prese la testa e la teneva schiacciata al pavimento. Iazek si dimenava, muoveva le gambe in cerca di un
appoggio per liberarsi.
Urlava, urlava, implorava di lasciarlo andare, di smetterla di fare scherzi simili. Non si fermavano, sembravano folli,
invasati. Chi lo aveva afferrato per primo lasciò la testa di Iazek e gli strappò l’uniforme.
Prima i pantaloni verdi, poi la camicia. Un altro compagno strappò il resto. Sembravano tutti partecipi di quel gioco.
Non sapevano, non volevano fermarsi quasi per dimostrare che anche lui doveva accettare punizioni ingiuste ed infliggerle.
Un altro compagno ruppe una bottiglia di vodka sul corpo nudo del ragazzo. Poi con il vetro gli lacerò la schiena.
Usciva del sangue. Gli altri incuranti iniziavano a colpirlo con calci, pugni, sputi. Uno di loro gli toccò il culo.
Era delicata la sua carne. Lo violentò. Fece così forte che ad ogni colpo il suo corpo vibrava, gli altri a
stento riuscivano a tenerlo fermo.
Uno gli ruppe uno sgabello sulla coscia destra, provocando lo spostamento di un osso. Anche gli altri vollero scoparlo.
Uno dopo l’altro. Con violenza, come animali. Il suo culo sanguinava ma loro proseguivano. Il terzo fece talmente
pressione sulla sua testa che del sangue scorreva anche dalla bocca di Iazek. Un altro gli pisciò addosso.
Questo provocò la reazione di uno di loro perché sembrava limitato nella sua violenza da quel piscio.
Il sesto lo stava violentando. Il ragazzo era dilaniato, sanguinante.
Il violentatore era particolarmente invasato e lo obbligò ad una posizione che gli spezzò la gamba sinistra,
la carne si squarciò. Proseguirono gli altri. Uno di loro gli prese le palle tra le mani e gliele strinse a lungo.
A quel punto Iazek svenne. I compagni continuarono senza accorgersi di nulla finchè stremati. Alcuni andarono a
letto, altri in cortile, altri si addormentarono nei pressi.
L’indomani, all’arrivo degli ufficiali si presentò una scena straziante. Sangue dovunque ed il ragazzo
in terra con le carni in cancrena. All’ospedale militare dovettero amputargli entrambe le gambe e i genitali.
Giuseppe Acconcia
il Sicofante e la Mosca cocchiera
Parodia della rappresentanza (e della cronaca)
Vi racconto di un paese in cui ogni frase, atto o impresa ha valore solo se avviene in uno studio chiuso,
da una camera ripreso.
Manca poco alle elezioni nel paese delle Televisioni. La peggior battaglia degli ultimi cinquant’anni.
Il paese delle Televisioni è sempre stato pieno di taumaturghi, maghi, imbroglioni, sicofanti e mosche cocchiere che da
anni si alternano nel Palazzo delle Imprese. Questa volta, però, i cittadini sceglieranno bene.
Hanno imparato la lezione. Sanno come usare la scatola della Televisione.
Tutto ha inizio con una riforma "veramente necessaria".
"In proporzione hanno tutti accesso al Palazzo delle Imprese.
Chi vota metta una croce, è il partito a fare il resto", dice il sicofante, Eminente Presidente
del paese delle Televisioni. "Sono stanchi di illusioni", dice un candidato alle elezioni amico del sicofante. All’orecchio attento
sembra intento a criticarlo ma, accusato, si ritrae sommessamente. "Non son fatto per le illusioni" assicura il sicofante. "Ho cambiato proprio tutto, c’è
lavoro per tanta gente, costa poco fare imprese, sono pronte strade e ponti, ho amici in tutto il mondo, poche tasse restano
ancora, c’è giustizia nel paese".
Chi l’ascolta con attenzione è ammirato da cotanta solerzia. Chi siede distrattamente di fronte la scatola
parlante pensa: "è un uomo assai cortese, nano sì ma sorridente un po’ per mestiere un po’
per chirurgia, fa doni a tutti, diffonde fiducia nella gente".
E’ un trucco del mestiere.
Si vanta infatti di aver costruito case, giardini, viali per borghesi; di aver clandestinamente
aperto le Televisioni a emissioni senza pretese: culi, tette, gigioni, non mancano mai le promozioni di oggetti inutili per
grandi spese. Con l’aiuto di taumaturghi quanti soldi ha il sicofante, giornali, assicurazioni, mancava solo il Palazzo
delle Imprese.
Da qualche anno è Eminente Presidente e non lesina passione nel dire: "Mai il Palazzo ai fannulloni. Chi nulla
ottiene nella vita non può guidare il paese delle Televisioni".
Gli avversari sono professionisti e immanentisti, già da anni nel Palazzo, hanno un fiuto per le imprese! "Non
tocchiamo il sicofante. Siamo onesti, andiamo avanti. Nè timore né speranza."
Sono smunti, intelligenti, "rapito da Europa il nostro Capo, lo attendiamo con impazienza". Questi torna e
dice: "Vediamo quale fannullone comanda la terra dell’opposizione."
Quel giorno c’era fila per le strade. Uomo saggio appare chi dai paesi lontani torna. "Sì tentenna,
è mosca cocchiera ma sarà sicuramente lui a spodestare il sicofante dal Palazzo delle Imprese". Ma, una
mosca cocchiera può dir solo "dopo anni di elezioni in cui vincono sempre le opposizioni, il Palazzo tocca a
noi".
Un giorno assai bizzarro gettò scompiglio tra i candidati. Tutto il mondo degli affari fu coinvolto, scapigliato. "Le Banche d’Artificio son bandite dal paese. I fuochisti arronzoni vadano fuori dai Palazzi. I fannulloni
lascino stare le cooperazioni." Non bastarono queste parole, il sicofante si presentò dalla scatola parlante e
non smentendo la sua fama accusò le opposizioni di fare affari con le cooperazioni. "Vada a dirlo ai
magistrati!", intimò l’immanentista a lui di fronte.
Il sicofante, accusatore costretto, affannato tra uno studio e l’altro, si recò
senza indugio dai giudici vilipesi.
"Professori, magistrati, amministratori, persino quelli dei giornali sono organici alle opposizioni. Io sono il
difensore del paese delle Televisioni." "Sono calunnie da smorzare fatte apposta per infamare. Non ci sembrano garantite le regole costruite",
fa sapere inviperito un immanentista professionista all’attento spettatore.
Ma questo osservatore seduto ad ascoltare si chiede ormai avvezzo allo scandalo:
"Dite questo solo ora quando vi tocca il
sicofante? Perchè taceste le offese quando toccarono giudici, magistrati, professori, quelli dei giornali e tutti i
lavoratori? Eh, sono allo sbando queste opposizioni nel paese delle Televisioni." "Chiamatemi Gesù, io son Napoleone", il sicofante sembra un folle onnipotente. Sempre alle prese con
scandali inquietanti. Il ministro razzista genera una reazione iconoclasta. E come se non bastasse si scopre che alle passate
elezioni i fascisti hanno colpito le opposizioni.
Giunge il giorno per presentare i candidati alle elezioni.
"Ci sono trotzkisti, travestiti, distruttori nelle fila delle
opposizioni". "I fascisti, squadristi, estremisti sono con il padrone delle Televisioni". "Se vince di nuovo il sicofante siamo pronti ad abbandonare il paese e le sue Televisioni", dicono gli
intellettuali di opposizione.
Non potevano mancare gli intrighi internazionali.
Il sicofante fece la comparsa tra gli spalti americani per difendere le azioni
del paese delle Televisioni nella guerra ingiustificata.
"Nessun americano si rechi in Italia. C’è pericolo
di vita".
Giunge poi il giorno dell’entrata in vigore delle pari condizioni, la più grande furbata delle opposizioni.
"Non oscuriamo le Televisioni basta solo che tutti tacciano prima delle elezioni".
La battaglia continua nella scatola della Televisione. "Io mi alzo e me ne vado. Una macchia.",
dice il sicofante incazzato alla giornalista che lo incalza con ostinata opposizione. "Sono pronto per il confronto", ripete la mosca cocchiera.
Quel giorno tanta gente era seduta pressola scatola.
"Bislacco, mi stropiccio gli occhi e le orecchie.
Le donne in categoria non vogliono entrare nel palazzo delle Imprese.
", ha l’ardire di dire il sicofante. "Ah, l’Eminente Presidente,
sembra sia all’opposizione. Meno tasse sul lavoro, paghi chi ha rendite. Lotta contro l’evasione.
Scuola e unioni. Noi organizzeremo la felicità nel paese delle Televisioni. Azzerate prego.",
risponde la mosca cocchiera.
Il sicofante sembra sconfitto. I suoi amici lo criticano.
"Abbandonate la nave che affonda", intima inviperito.
A Genova gli gridano contro. "Viva Mangano, il mafioso tuo stalliere". A Torino solo fischi e improperi.
A Milano fu guerrilla. Per le strade macchine bruciate, negozi incendiati. Lo scontro si fa duro. "Il Corriere, la Banca d’artificio, i capi delle industrie anche loro sono organici alle opposizioni. Ho paura
per il paese". Si recò tra i più ricchi per dividere chi fa imprese, disse "Non credete alla
mosca cocchiera. Sorride con voi ma è tutt’uno con i lavoratori". Il sicofante ha gli occhi della
disperazione.
In tutti i cinema si aggira un "Caimano". Film di vite parallele d’un regista intelligente.
"Il sicofante, ormai Caimano, verrà dalla Giustizia condannato.
Nascerà l’antirivoluzione nel paese della Televisione". "Ubriacone", disse la mosca cocchiera. "Utile idiota, nessuno paghi più le case",
il sicofante guardò i suoi uomini dalla scatola della Televisione, dito puntato: "Non crederete alle vostre
orecchie, loro vogliono tassare. Io vendo sogni per il paese".
Mancava poco alle elezioni. Il sicofante fece di tutto per occupare le Televisioni. Annunci di catastrofe si notavano dovunque
per chi non si fosse recato nel seggio elettorale.
Il giorno stabilito fu un successo imprecedente. Si affrettavano tutti ad esprimere un parere. Una notte senza fine per il
paese delle Televisioni.
Giuseppe Acconcia
Curriculum Vitae
Il lavoro non è un oggetto
- Marcello addò vai?
- Vaco a cercare na fatica. A via Medina riceno ca te trovano a fatica.
Marcello viveva da qualche anno a Ponticelli, periferia di Napoli. Occupava un palazzo con la sua donna, Tittì.
Casa da poco costruita ma mai finita. Non aveva mai lavorato veramente. Pochi soldi su un conto lasciati dalla madre.
Povero. Tittì si dava da fare. Lavoretti, cameriera, compagnia per vecchi di quartieri del centro.
Riusciva a racimolare pochi soldi.
Marcello voleva una svolta. A via Medina trovò una fila di gente pronta a tutto pur di trovare un lavoro.
Anche per pochi mesi. Facchini, ragazzi, alcuni laureati. Marcello si scoraggiava.
Gli chiesero di presentare un curriculum vitae.
Capiva vagamente di cosa si trattasse ma non aveva mai pensato di averne bisogno. Non aveva studiato molto.
Piccole faccende le aveva svolte. Le descrisse con ritrosia alla donna dell’ufficio. Occhi bassi.
- Disponi di una macchina?
- Si
- Va bene anche un supermercato?
- Va bene tutto.
- Alcune volte è meglio dare delle indicazioni più precise che essere così generici.
- Va bene tutto, confermo.
Tornò a casa. Fece poco per il resto della giornata. L’indomani Marcello riprese i lavoretti che da qualche mese
era solito svolgere. La mattina Tittì lasciava sul tavolo almeno venti piccoli panini con insalata e prosciutto.
Ordinati in una grossa busta, provvista di tovaglioli. Marcello passava la mattinata sui treni della stazione centrale
cercando di piazzare i panini agli stranieri o ai viaggiatori.
Ci riusciva spesso poiché appariva meno rozzo dei colleghi.
Non sempre portava con sé caffè caldo e bottiglie d’acqua.
Quel giorno aveva finito tutti i panini e si sedette tra gli scompartimenti del nono vagone di seconda classe per riposo.
Poco dopo entrò un uomo.
- E’ libero?
- Prego, prego. Io sto per andare via.
L’uomo, in realtà ragazzo, iniziò a parlare come preso da una voglia inesauribile di relazione.
- A fatica è nu problema gruosso. Senti, io non so più che fare.
Devi sapere che ho sempre saputo scrivere bene,
sin da piccolo. Pensavo perciò di scrivere. Mi sono rassegnato. E’ una vita di stenti quella dello scrittore.
Ma secondo te uno deve trattare il lavoro come un oggetto o deve farsi trattare dal lavoro come un oggetto?
Io non so se è meglio continuare a vivere alle spalle di questo cazzo di mondo senza un soldo o
sfruttarlo facendo non importa che lavoro. Quei lavori non sono fatti per me. Potrei scrivere ma dovrei lasciare Napoli.
Ma si me ne vaco pure io ca rumaneno sulo e sciemi!
Certi amici miei tengono trent’anni e dicono che si stanno facendo conoscere. Io nu songo cumme a loro.
Io me n’aggia ire.
Continuava a parlare da solo usando frasi disconnesse. Marcello manco lo ascoltava. Lo salutò e andò via.
Di pomeriggio raccoglieva CD e DVD masterizzati nello scantinato del suo palazzo
con l’aiuto di una famiglia di senegalesi che occupavano il pian terreno.
La piazza della stazione era occupata da lavori per la metropolitana. Già caotica, ora un bordello.
A lato della pasticceria
Attanasio, Marcello organizzava una arrangiata bancarella. Uno dei pochi bianchi. Quegli incroci sembravano una città
d’Africa.
L’avanguardia degli africani stipati a Pianura e Ponticelli. Era stato il suo vicino a presentarlo ad Akbar.
Marcello era entrato nel mercato del contrabbando di musica pirata. Non che facesse grossi affari.
Anzi, i pochi euro si trasformavano in ricce calde.
Musica di quattro soldi. Neomelodici sconosciuti rendevano il suo lenzuolo originale rispetto agli altri stesi sui marciapiedi
di Napoli. Restava di pomeriggio seduto su una sedia di plastica sgangherata e aspettava. Qualche urla.
Alcuni gesti vedendo la gente passare.
Quel giorno si fermò un ragazzo. Marcello non lo riconobbe.
- Ma si tu? Che fai cà?
- Uè Biagio! Ma cumme si cagnato? M’addè stato?
- Vengo da Londra. Lavoro là.
- Che faie?
- Cambio tanti lavori. Sapessi quanti paesani. Mo sto in un hotél.
Si sapisse. Eggio fatto pure ’o spogliarellista.
- E mo pecché stai cà?
- Ti dico la verità. So tornato per spendere soldi. Un paio di mesi e torno a Londra. Tengo a guagliona.
Ià vré quant’è bella. E’ inglese.
Marcello non vedeva l’amico dai tempi della scuola. Le sue parole lo turbavano.
Introducevano possibilità che aveva sempre voluto scartare. Temeva il resto dell’incontro.
- Ma cumme t’è ridotto. E a guagliona toia?
- Meggio spusato. T’arricuorde quanno giremmo pe’ Napule cà citycàr?
Cumm’ero cuntento.
- Eh, m’arricordo. Il precariato c’ha rovinato. Ma ti devo dire la verità. A me il precariato piace.
Cagno fatica ogni mumento. Il lavoro non mi appartiene. Nu me scoccio maie. Nicol, a guagliona mia, rice che ’o problema
si pone in vecchiaia. Ma per mo io non ci penso.
Marcello stette zitto. Biagio andò via. Quella sera tornò a casa particolarmente sfatto.
Non aveva voglia di parlare. Vide all’ingresso un vecchio che conosceva bene.
Proponeva spesso guai ma qualche volta soldi.
- Rimane ce stà un affaruccio. Non ti dico niente, tieniti pronto.
Marcello annuì.
Salì per le scale contrastato ma sfatto. Non dava importanza a quelle parole.
Incontrò i vicini senegalesi che lo invitarono ad entrare in casa.
La grossa tv al centro del salone parlava. Tutti si zittirono quando ascoltarono le parole: File di immigrati alle poste centrali. Si organizzano con i numeri per ottenere i primi posti disponibili.
Potranno avere diritto al permesso di soggiorno soltanto i primi in ordine cronologico. Il decreto flussi prevede...
- Amma ire.
- Addò?
- A posta. Si passammo a nottuta là. Bennimmo e primi posti.
- Ma nuie e tinimmo già e carte.
- N’è capito. C’è bennimmo. Ce bennimmo e posti. Marcè tu vieni?
- Sì.
Si avviarono verso il centro. Fumarono e bevvero.
Arrivati al palazzo con scritte fluorescenti anni ’70 della posta centrale
di Piazza Matteotti, videro già degli accampamenti. Stretto alla porta un cinese.
Al suo fianco un gruppetto di russi e donne
ucraine.
Marcello, Akbar e gli altri passarono la notte lì. Scrissero una lista con i nomi di tutti quelli che
a poco a poco giungevano.
Cingalesi, indiani, marocchini, egiziani, tunisini, africani, polacche, russe, georgiane e moldave.
Loro tennero i posti per tutti secondo l’ordine d’arrivo con una piccola commissione per chi si allontanava.
Di buon mattino vendettero a prezzi alti i primi
venti posti successivi a chi già si trovava lì al momento del loro arrivo ma precedenti alla gran folla.
Marcello parlò con un ragazzo di Colombo dello Sri Lanka.
- Sto a Napoli perché a Milano ci sono troppi controlli. Abito con altri sei.
Il mese scorso il proprietario ha preso l’affitto e se n’è ’ndato. Colombo assomiglia a Napoli.
- M’a ca fatica cumme faie?
- Trovo lavoretti con i pomodori, fuori Napoli, mi pagano. Non faccio la fame. Ho lavorato al mercato all’inizio.
Non dormivo mai.
- Come? Cà non ce sta niente e tu cà vieni?
Marcello tornò a casa interdetto. Incontrò un ragazzo.
- Enno arrestato a tutti quanti. Enno scoperto a rrobba ndà nave ca veneva a Buenos Aires.
O viecchio sta a Poggioreale.
Marcello dormì per qualche ora. Salutò Tittì. Andò a via Medina.
- Non mi è arrivata nessuna notizia. Per favore cancellatemi dalle liste.
- Va bene.
Giuseppe Acconcia
Syd e il pirata
Sisifo è vivo!
L’incredibile vita di Syd inizia nel presente sulla Griboedova a Pietroburgo.
Nato da famiglia per nulla agiata, il padre scrittore squattrinato costretto a migrare per lavori in miniera.
In casa tenevano un bruco.
Syd imparava a suonare il piano dal suo amico Fedor. Gli amici chiamavano Fedor il pirata poichè appena nato aveva
accecato l’occhio della madre. Syd e il pirata si arrampicavano sulle colonne del centro intorno al Museo russo.
Syd sapeva stare da solo e non annoiarsi. Imparò a scrivere con gran velocità.
Sempre pigro nel leggere. Ripeteva qualsiasi suono e capiva lingue straniere. Provava inadeguatezza a stare con gli altri
e solo il pirata gli interessava. Fedor, il pirata, inetto, trasformava questa sua condizione in uno stato permanente di
malattia. Seguiva l’amico con poche domande.
All’età di otto anni Syd decise di partire. Per i quattro anni successivi non potè farlo.
Nessun controllo particolare ma sapeva di dover capire alcune cose prima. Chiese ad un vecchio ormeggiato lungo la Neva
di mostrargli i segreti di guida delle barche. Il vecchio, sordo e barcollante, gli diede dritte per governare il vento
e le vele. Syd costruì una barca tutta sua staccando le tegole di legno dal tetto della casa sulla Griboedova
insieme al pirata. Un capannone abbandonato fu la sede della combriccola. Angoli fetidi e vecchi aggeggi abbandonati,
cemento alto e marcito dappertutto, i due sedevano ore ed ore in terra, corde tra i piedi, per montare
un’improbabile barca. Dopo qualche mese era pronta.
Bizzarra al primo occhio, stupefacente per il secondo. Legno come toppe, vele di tende raggrinzite della casa del pirata.
Vuota all’interno. Motore improvvisato dai ricambi abbandonati. Il pezzo forte un inversore ritrovato, quasi nuovo,
tra i relitti di auto in periferia.
All’età di dodici anni, Syd e il pirata partirono da Pietroburgo con una barca da loro costruita.
Helsinki, Vilnius, Stoccolma, Brest, La Coruna, O porto, Tangeri. Cinque anni di navigazione. A volte caricavano
sconosciuti per giorni.
Alcuni dei veri disastri. Nei porti dove attraccavano trascorrevano anche mesi. Si rifornivano, riparavano gli aggeggi
colpiti da tempesta. Syd conobbe una donna, Lucy, andava in giro con un bimbo tra le braccia piccolissimo. Lo lasciava
baciare e toccare a tutti per strada. La ospitò per alcuni gironi. Lucy gli fece conoscere il piacere di amare.
Non facevano che penetrarsi, sfiorarsi e traballare. Lucy gli mostrò luogo profondo. Syd imparò
il piacere di scopare.
La barca diveniva luogo abbandonato. Non se ne curavano. Le vele strappate, i pontili distrutti,
la ruggine l’inghiottiva. Syd trascorreva le giornate scopando. Invitò anche uomini. Era rude con loro.
Voleva solo che gli togliessero di dosso la voglia di viaggiare. Il pirata si disegnò un angolino in disparte.
Odiava la vita di Syd ma non aveva il coraggio di partire. Vedeva succedersi donne nuove, uomini di ogni paese
ma non se ne meravigliava nè protestava. Il pirata guardava la vita degli altri. Faceva domande, quante domande!,
agiva pochissimo. Un giorno, però, il pirata spiattellò la verità sulle condizioni della barca
ed i due insieme decisero di prendere un vecchio furgone. Furgone di colori. Dentro libero per la notte. Radio.
Musica raccolta nei mercati dei luoghi toccati. Tenevano un lupo imbalsamato nei pressi dei sedili, dono del villaggio
di Tarazut.
Riempirono i passaporti di timbri. Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria, Congo, Angola, Sud Africa. Di qui si
imbarcarono verso la terra del fuoco e risalirono fino a Buenos Aires. Syd conobbe qui un vecchio georgiano allievo di
Alfred Jarry. Puzzava tanto, sbrodolato in camicia, grossi occhiali, un fare disinvolto ma con desideri nascosti.
Era stato frate ortodosso per anni ma il vizio di bere smisuratamente lo portò all’efferato delitto
che colpì l’intero monastero. Fu cacciato via, cosa rarissima tra gli ortodossi. Si trovava a Buenos Aires
in esilio forzato e a ricordare gli anni del teatro.
All’età di venti anni, Syd fu condotto dal georgiano nel più grande teatro argentino.
Il pirata non voleva seguirlo. I mesi passati viaggiando insieme avevano diviso i due. Al pirata, però,
piaceva il teatro, guardare. Syd divenne il più importante attore di Buenos Aires. Recitava non parole, ma gesti,
suoni, azioni crudeli. Risvegliava nel pubblico la paura della peste e della crisi economica. La gente accorreva.
Syd fu capace di costringere il pubblico nudo senza dialogare con loro. Si accoppiarono tutti mescolandosi.
Il pirata era sbalordito dalle capacità di Syd. Ne era sempre più affascinato. Nelle osterie dove cucinava
lingua di vacca raccontava leggende sull’amico e la sua follia nascosta dalla sugna. Sì.
Syd si faceva ma di rado. Il pirata esasperava i limiti dell’amico. Parlava per trarre il vantaggio
dell’inazione.
Syd e il pirata partirono per una grande traversata verso l’Europa. Un grosso cargo dove tenevano
spettacoli itineranti. La cabina di Syd era un guazzabuglio di donne ed uomini. Si toccavano tutto il giorno.
Si pressavano l’un l’altro fino al dolore. Uno sull’altro formando alte torri.
Avvertivano sete e la saziavano.
A Parigi, all’età di ventidue anni, Syd divenne una puttana. Proprio una puttana. Recitava in spettacoli
di quarto ordine. Il pirata, invece, sembrava nel pieno delle sue forze. Imparò a leggere la storia e la
città. Syd incontrò Andrè in uno dei suoi spettacoli. Andrè viveva con un uomo ed una donna
in una strana casa in cima ad un palazzo del 2º. Andrè riscaldava il cibo in una pentola grande quanto
una tazza e lo distribuiva agli altri. Scrittore, aveva conosciuto giovani di Tunisia ed Algeria e aveva cercato le loro
copie a Parigi. La casa labirintica dove Syd trascorreva le ore dell’alba era divisa in un lato visibile ed uno
occulto. Il primo ospitava gente di ogni paese in condizioni misere e di disagio. Il secondo minuscolo, rinchiuso da una
finta libreria portava nelle stanzine in stile moresco e al termine in un teatro perfetto.
Syd sembrava rivedere in quella casa tutti i volti del lungo viaggio e la dimora del principe Jusupov di Pietrogrado.
Syd, però, sembrava sempre più sfinito. Una notte vide una donna grossa completamente nuda stesa per terra
nel piscio. La scambiò per un alce e le sparò. Fu rinchiuso in carcere dove ha trascorso dieci anni della sua
vita prima di appendersi.