Herold Pinter lascia due uomini stesi su due letti ad attendere le indicazioni per un omicidio.
Raggiungo San Paolo per raccogliere cibo. Buio, nessuno. Dice la donna che scambia per pezze i miei vestiti:
“Ti preparo da mangiare. Non toccare le rape rosse non so per chi sono. Ti metto su la pasta da fare coi ceci.
C’è la carne - la indica con una mano - da scongelare”.
Vedo un divano, mi stendo. Avverto di potermi muovere liberamente mentre nella mia stretta casa non posso.
Non c’è spazio.
Dice il ragazzo appena sveglio “Hai preso sei meno al compito scritto. Mi ha chiesto come mai ci fossero due diverse
scritture”.
Se disbrigassero andremmo in giro per Roma. Dal Calapranzi arrivano delle ordinazioni incredibili, ma i due uomini di Pinter
non possono che inviare merende scalcagnate. Vorrebbero saperne di più ma il più ermetico blocca ogni
iniziativa del logorroico.
Il “baretto degli artisti” lo ribattezza così la donna mamma. Seduti ad un tavolo, giunge veloce Susanna
e la birra. Istanbul, un grosso kebab. “Non è il caso che tu continui a venire qui a mangiarlo”.
“Ma è gigante, è baklava?”, “ne prendo due”.
71, Piazzale Argentina, un Espresso per Navona, L’orologio, in anticipo. Alcune donne impipiricchiate sembrano al salotto
del qualunquismo su breve turismo a Barcellona. Inizia il Calapranzi. Due ragazzi, timidi applausi.
“Al Verdi mi piacciono sempre! Questo no”.
il telefono pubblico
Per le strade sembrano scomparsi. Sono veramente diminuiti. Ma scomparsi poichè quasi sempre in quelli ancora in piedi
non si possono usare le monete. Rifiutare cellulare. Comunicare con qualcuno dal telefono pubblico. Usare le monete.
Impossibile. Guardo la cabina. Luogo triste, anonimo. Telefoni rotti. Non funzionano con le monete. Nessuno.
Vado di là, giro in fondo poi la piazza, lungo il marciapiede, nel piccolo cafè all’angolo.
Dispero dell’errore di non aver quell’oggetto che permette a tutti di svegliarsi, di chiamare, di fotografare.
Fisso il telefono pubblico. Solo, mai frequentato, una luce, una scritta, buco per le monete in alto, fessura per le tessere
in basso, cornetta spesso penzolante. Non c’è cabina, non importa se piove, un piccolo archetto di plastica
protegge. Resto lì qualche ora. Giunge una vecchia. Un po’ trasandata, un cappello sgangherato, mani doppie,
unghie grosse, ricci biondi ma sbiaditi fuori, bianca, bianchissima, strati di vestiti e cappotti. Prende la cornetta la
sbatte al telefono. La sbatte. Lo colpisce da un lato, lo colpisce dall’altro. Aspetta. Prende di nuovo la cornetta,
preme ogni pulsante. Colpisce il buco, colpisce la fessura. Aspetta. Fruga nel foro in basso. Niente monete. Ritenta.
Alcuni guardano il telefono schifati, sembrano pensare che quell’azione sia una sorta di lavoro compiuto dalla donna
meticolosamente. Come se quest’ultima passasse tutta la sua giornata colpendo telefoni, tentando di trovare quelle
monete lasciate o incastrate nel ricevitore per arrotondare gli spiccioli raccolti in altri luoghi. La donna va via,
sconsolata, lascia tra gli sguardi di accusa la cornetta penzolare. Resto fermo, ormai nessuna possibilità di
telefonare sembra plausibile.
Giunge un’altra donna. Questa volta vestita meglio ma folle. La sua follia si avverte dalle mani, dal modo
intermittente in cui le muove, i capelli ben sistemati, grassa al punto giusto, un vestitino attillato, sgualcito da
qualche giorno. Con fare circospetto la vecchia prende un ferretto dalla borsa che tiene in mano. Lo guarda, lo lucida.
Lo infila nel buco per le monete. Spinge, spinge, spinge. Cerca in ogni modo di far entrare quell’uncino nella fessura.
Una volta dentro rovista a destra e sinistra, lo infila più che può. Questa volta le persone non sembrano
attratte dall’azione poichè è meno evidente, meno rumorosa, professionale. La vecchia sente qualcosa.
Contenta dà l’ultima spinta al ferretto, quella decisiva. Si sente nello stesso momento una moneta cadere nel
foro in basso. Lei la prende senza curarsi della placca di metallo protettiva. Ha guadagnato pochi centesimi ma il volto
è felice. Quel telefono mi spaventa, non lo frequenta nessuno. Me ne stupisco, non dovrei. Penso a quanto sia facile
per altri premere un pulsante e chiamare chi vogliono, quando vogliono. Quel telefono pubblico serve ora solo a vecchie
donne senza un soldo o a barboni per dormire, se fossero cabine.
il porto di Napoli
Negli ultimi anni i porti del Mediterraneo hanno registrato una crescita esponenziale del flusso di merci asiatiche.
Secondo i dati del Comitato Governativo Italia-Cina, tra il ‘99 ed il 2004 il transito di merci cinesi nel Mediterraneo
è aumentato del 25% rispetto agli anni precedenti. Questo rende evidente una tendenza al progressivo spostamento dei
flussi di merce cinese dai porti del Nord Europa verso il Mediterraneo. Infatti, il percorso attraverso il Canale di Suez
fino alle coste greche, italiane e nord-africane determina un rilevante vantaggio di costo per le compagnie cinesi.
In particolare, per raggiungere i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli bastano 14 giorni per le navi provenienti dai porti
di Hong Kong e Yantian, 17 dal porto di Shanghai. Un vantaggio di almeno 5-6 giorni rispetto ai porti del Nord Europa.
Questo fa sì che Gioia Tauro, Taranto e Cagliari siano sommerse da merci cinesi, il 60% circa del traffico di
containers in arrivo. Questi porti sono definiti Hub, fulcro in inglese. Vengono cioè utilizzati per lo smistamento
del traffico delle merci. Le navi vengono svuotate, caricate di nuovo e dirette verso altre destinazioni.
Il porto di Napoli viene considerato, invece, un Regional Port. Le merci che vi giungono sono destinate al mercato interno e
distribuite su gomma e rotaia. Secondo i dati dell‘Autorità portuale di Napoli, circa il 60% dei containers in
arrivo provengono dall‘Asia. Nel 2000, la compagnia cinese Cosco, con sede a Pechino, ha fatto ingresso nel porto di
Napoli. Da allora si è registrata una crescita tumultuosa di merci cinesi tanto da raggiungere velocemente il 50% dei
flussi in ingresso e da costringere a dirottare le navi Mersc verso il porto di Salerno. Nel 2003-2004 si è registrato
un calo del 19% nel transito per questioni doganali. L‘aumento dei controlli ed il rallentamento delle procedure di
sdoganamento hanno dirottato i flussi verso altri porti europei. Nel 2004-2005 si è registrato, invece, un nuovo
incremento nel transito di merci provenienti dalla Cina (+7,5%). Oggi, su un totale di 190.000 containers (374.000 TEUS,
misura anglosassone standard per i containers) che giungono a Napoli ogni anno, 108.000 provengono dalla Cina. Nel 2006 si
registra un incremento del 20% rispetto all‘anno precedente.
Inoltre, gli accordi con la Cosco per l‘inizio dei lavori per il Terminal di Levante rendono manifesto il vero e proprio
boom di merci cinesi che coinvolge il porto di Napoli. Si tratta principalmente di prodotti chimici, tessili, scarpe,
giocattoli, artigianato e semilavorati. La merce è destinata soprattutto all‘hinterland napoletano. Il 30%
è, invece, diretto verso il Nord Italia, il 10% verso le regioni del Sud. Al contrario di quanto si possa credere,
solamente il 6-7% dei containers contiene merce irregolare. Si tratta soprattutto di dichiarazioni doganali inferiori ai
valori effettivamente contenuti.
Questi dati confermano, inoltre, l‘importante presenza dell‘imprenditoria cinese nell‘hinterland napoletano.
Secondo la Camera di Commercio di Napoli nel 2003 erano registrate 5.000 imprese gestite da cinesi. Nel 2006 sono 11.000,
riunite nell‘Associazione Italia-Cina presieduta da Ding Hong Li Iang. All‘inizio si trattava soprattutto di
piccole attività commerciali, spesso clandestine, attive nel tessile e nell‘abbigliamento. Oggi sono piccole
imprese, spesso consorziate, anche attive nel settore dell‘edilizia urbana.
Il miglioramento delle infrastrutture portuali e delle vie di comunicazione circostanti rilanciano Napoli come porta
d‘ingresso delle merci cinesi in Europa e nuovo Hub del Mediterraneo.
il Sindaco
Pochi giorni alle elezioni. Le strade della città piene di manifesti.
Di notte, losche figure ricoprono vecchi simboli con nuovi fogli di propaganda. Al comizio in piazza tanta gente.
I due candidati sindaci possono quasi nominare uno per uno i componenti della piccola folla stipata ai piedi del palco.
Nessuno dà tanta importanza al simbolo di partito né agli altoparlanti dei camioncini. Uno è medico,
non grande oratore ma persona stimata. L’altro è figlio del vecchio sindaco. Niente televisione o molto poca,
nessuno può fingere di non sapere chi siano i candidati. Tutti conoscono le loro idee.
E’ dal ’93 che in Italia il sindaco viene eletto direttamente.
Nei piccoli centri gli elettori indicano il sindaco e
un consigliere comunale collegato alla sua lista. Vince chi ottiene più voti. Nelle grandi città è
più complicato. Si può sdoppiare il voto. Scegliere il sindaco e indicare un consigliere che appartenga
ad un’altra lista. Vince chi ottiene più della metà dei voti. Se ciò non accade si organizza il
ballottaggio. Chi vince ottiene in ogni caso il 60% del futuro consiglio comunale. Questo permette di governare con sicurezza.
Per l’Italia è un sistema rivoluzionario. Si deve scegliere. Questo rafforza la leadership delle comunità
locali. Dà potere a chi è più vicino ai cittadini. Il sistema funziona se si è chiari nel definire
i compiti di ciascuno per evitare sovrapposizioni tra livelli di governo. Spesso, sono proprio le autonomie locali a non
disporre di risorse necessarie per affermare la propria forza. Il sindaco in Italia può fare ancora poco.
I sindaci hanno un peso politico particolare. Chi viene eletto in grandi città può pensare ad una folgorante
ascesa politica. Alcuni sfruttano la propria fama per ottenere consenso. Altri acquistano un potere politico personale tale da
proporre liste individuali che aggiungono consensi ai partiti di appartenenza. Rosa Aguilar, alcaldesa di Cordoba dal 2000,
ha trasformato la sua città. E’ ora un riferimento nell’attuazione di politiche sociali locali per tutta
la Spagna. Mentre all’inizio era sostenuta da una coalizione, è stata rieletta sindaco con i soli voti
dell’Izquierda Unida. Ken Livingstone, sindaco di Londra, è stato eletto da indipendente nel 2000 nonostante
avesse lasciato i laburisti. Ha acquistato una tale popolarità per la politica di decongestione del centro e per
l’opposizione alla guerra in Iraq da ottenere la rielezione nel 2004, sostenuto dal Labour.
Bloomberg, sindaco di New York
dal 2002, ha sfruttato la sua ricchezza per essere eletto tra i repubblicani. Ha tentato di risollevare la città
dopo gli attacchi terroristici aumentando il consenso. Jang Zemin, sindaco di Shanghai fino all’87, è divenuto
segretario del Partito Comunista Cinese anche grazie all’inflessibilità dimostrata durante la strage di Piazza
Tienanmen. Achille Lauro, ricco armatore, eletto sindaco di Napoli nel ’51, è stato un esempio di populismo e
speculazione edilizia tanto da fondare il Partito Monarchico.
Un mondo governato dalle città rende il sindaco protagonista delle comunità.
Se alla leadership individuale si uniscono il sostegno di un partito e poteri definiti ed effettivi,
il futuro sarà guidato da una rete di sindaci.
.02
A Santa Maria del Popolo, la cappella sul fondo, Caravaggio e Caravaggio.
Ne aggiungono un terzo. Doveva essere tondo quel luogo poi divenne rettangolare. Allora quel quadro concepito per luogo tondo
sembrava spropositato. Caravaggio, lui non si perdeva in chiacchiere, squattrinato ma stimato, già dopo il 1600,
negli anni delle fughe per avere salva la vita, dipinse un secondo quadro.
Un solvente ha scoperto il colore marrone che rovinava la tela. Ora è lì da ammirare.
Non importa bastano i due Caravaggio.
Dal fondo entrano donne di alto rango, anche ministro venuto a festeggiare per opera non propria.
- Come mai vieni qua con tutto c’ho che hai da fare?
- E’ quasi offensivo...
Viene voglia di cacciare gente intrusa, autorità circondate da facce flosce di arrivisti.
Sbuca dal fondo una ragazza francese. Seduta su una panca guardava Crivelli a Fabriano. Vide sul fondo un cetriolo.
Poteva essere un’aggiunta extraterrestre oppure il simbolo di Jona e la balena.
- Un cetriolo, non è una zucca!
Disse l’esperto dal fondo mettendo a tacere il giovane e mite critico di provincia.
Torna a Parigi con l’immagine di Leonardo e Caravaggio, la francese.
Quella luce di San Luigi dei Francesi spaventa Santa Maria del Popolo. Basta chiese, niente chiese.
Invece, le sette opere di misericordia, su, a Capodimonte. I vicoli di Napoli in due pennellate.
Pietro su croce obliquo prende il quadro. La pancia gonfia di una donna puttana al centro della scena.
Le braccia aperte di un uomo, si illuminano gli arti. I caravaggisti al palazzo reale deprimono.
Le autorità parlano ma io c’ho "Pietro" obliquo che spunta dal fondo a sinistra. Mi tranquillizza.
Clandestini di Lampedusa
Il CPT di Lampedusa è il posto più schifoso d’Italia.
Chi vi permette di tenere la gente segregata in quel luogo? Chi vi permette di classificare un individuo come
clandestino? La questione non si pone. La marginalizzazione sociale a cui il clandestino è sottoposto
non deve esistere. Una carta, un documento non possono legittimare schiavitù.
I pakistani del quartiere Sanità, gli africani di Corso Meridionale e della periferia di Napoli,
gli arabi di Forcella. I neri dell’Appia, i rom dei ponti del Tevere e dei capannoni di Tor Cervara,
i cingalesi di Tiburtino e Prenestino. Gli arabi di piazza Napoli a Milano, i poveracci che si nascondono
nelle case nei pressi della metro Gioia, i sudamericani della periferia.
Urlano tutti.
Lampedusa riproduce in miniatura le città italiane. La schiavitù del clandestino inizia qui
e poi si riproduce nei luoghi di città.
Noi questo lo condanniamo! La cittadinanza non serve a chi non esiste. La categoria di clandestino non esiste.
Le navi giungono da Assiut e dalla Libia e portano gente che vuole solo lavorare.
L’italiano è il primo strumento di comunicazione, solo la regolarizzazione lo precede.
Paghi affitto e fingono di non riceverlo quei cessi di proprietari. Lavori e fingono di non ricevere
opera alcuna quei ladri di capitalisti.
Permesso di soggiorno per caricare e scaricare nel mercato rionale. Per badare vecchie stronze.
Chiama amici e parenti: in Italia il lavoro si trova.
Sei un criminale? Ti cacciano, espulso, a casa, ma in aereo.
Non sei un uomo, ma sei un inutile animale giunto da un luogo fetido per vivere nella merda della
società occidentale. Vendi il tuo lavoro, le tue capacità e conquisti uno stato di incertezza
tale da tenerti segregato.
Al pronto soccorso ti curano, sull'autobus niente multa, qualche pasto concesso.
Ma basta, non vogliamo sentire più la parola clandestino.
.01
Un mondo vuoto, senza esseri.
Dei corpi di forme immaginate nascondono persone possibili.
Arrivo a Roma senza speranze. La città si costruisce su immagini sovrapposte ed eventi incrociati.
La redazione era piccola ed incastrata tra vie strette, nessuno di quei volti sembrava accogliere
lo sconosciuto alla porta.
Corpi di uomo si confrontano, discutono, non chiedono denaro.
Vivono di odori e sensazioni tattili. Nascondono poco in comportamenti essenziali.
Sfiorano la pelle degli altri con mano lenta.
Linea B, alcune fermate indistinguibili.
Niente riconosco di queste strade se non gite di bambino incapace o ragazzo affettato.
Via degli Zingari incrocia Suburra poco lontano da Cavour.
Un bambino su una bandiera al muro tiene il dito in bocca,
gli altri seduti fingono di non vedere lo sconosciuto e si affrettano in piccole faccende.
Esseri umani si toccano, si penetrano. L’odore si diffonde sul corpo e resta unito.
Le vesti non esistono, i colori confusi della carne scambiano luci con le foglie.
Il tempo non corrisponde ad impegni ma ad un’azione continua, un movimento unico.
Il ventre di donna ricorda i giorni della nascita,
il suo volto e la sua voce producono smorfie e suoni ripetuti e vibrati.
Cammino per le strade perdo la testa.
Corro sulle mura di case bombardate, su antichi ruderi illuminati dall’alba di settembre,
tra le acque di un fetido fiume. Riconosco l’odore di un mercato di via Amedeo
nascosto tra gente che farfuglia alla facoltà orientale.
Una donna tiene il suo bambino, lo culla. Il pupo piange, si dispera.
Guarda il bimbo della bandiera e smette di urlare.
In quella redazione il continuo confronto tra due donne,
l’una conservatrice inetta e l’altra sperimentatrice superficiale,
riproduce la lotta tra sconosciuti.Chi è entrato viene finalmente accolto e si mette a sedere.
intervista a: Syd Barrett
A pochi mesi dall’uscita di “the byke” ho incontrato
in una strada di Londra Syd Barrett.
Avvisiamo il lettore che, nonostante le sue condizioni rendano difficile la comprensione del testo,
l’espressione della sua mente non è nascosta.
Le domande sono state omesse per dare spazio continuo alle sue parole.
“Tento di toccare le corde, sento suoni e respiro bianco. Musica e suoni, mi muovo senza capire.
Le luci giganti mi coprono gli occhi, quando salgo (sul palco) gli altri smettono di suonare, non aspettano.
[…]
Suoni distorti e ritardati, parole lente, non li seguo, loro non mi seguono. Dicono effetto di allucinazioni, LSD.
Musica è tragedia. Chitarra, lettere prolungate.
Io sento il mio corpo e gli altri che entrano in me, ho un volto e uno sguardo ancora vivi.
Mi dicono occhi spenti, ma non è vero. La voce è la stessa ma dilatata. […]
Londra si stende sulle strade che percorro. Perché sento di non distinguere il mio viaggio continuo?
Le discese salgono, le salite oblique, i piedi grandi e di acqua. La musica scompare a Londra e nel mondo.
“The byke” resiste.
Anni e anni mi separano dalla morte ma già non esisto. Il tempo individua una variabile.
Lo spazio lo cancello, la causa non mi interessa. Entro nella sala di incisioni,
mi salutano senza riconoscermi, fingono di parlare ad un folle per escludermi. Rendono tributi ai miei occhi.
Io muoio con la musica.”
(Intervista rilasciata a Londra nel 1982)
Syd Barrett è scomparso quest’anno dopo vent’anni fuori dal mondo.
Sulla strada...
Tra le vie di Tor Bella Monaca le voci inconfondibili di cinque vecchie puttane,
amiche da anni, tutte di paesi diversi. Ne riportiamo un dialogo qualsiasi.
La bouche e Assuntì si incontrano nei pressi della strada di ogni notte.
- Uè La bouche, cumme vanno l’affari?
- Tu ne sais rien de ton boulot, vielle pute - risponde La bouche, vecchia esperta del mestiere
nata a Lille.
J’ai foutue avec ma petite chatte tous les mecs merdics de Rome.
J’ai lecheés les goeuls de tous les velliards de cette ville, c’est quoi ça?
Que dalle ! Fille de pute !
- Io nu te capisco brutta zucculona fetente - ribatte Assuntì con un forte accento di Napoli.
Pecchè nun te vai a fa’ nu giro ‘ngoppa ‘e cancelli?
Là sì ca t’araprono o mazzo.
Tu si n’omme, io ‘o saccio ca si n’omme ‘e merda.
T’è prate?
Si accosta Brigida la nera di Nairobi.
- La bouche don’t listen to her. She is a fucking guy, she will never be a mother.
Let’s go to Tor Bella Monaca together.
- Oui, j’arrive - risponde La bouche-. Mais Lola elle est où là?
Poco dopo nella via nei pressi.
- Hola chicas, pollas cortadas! - sorride Lola la colombiana.
Tienes que follar en Colombia para hacer un buen polvo.
Fa un sorriso Felicia, la più giovane del gruppo,
l’unica a parlare italiano, saranno le ore passate alla tv da bambina.
- Ragazze, niente maricones stamattina? C’ho la fica stanca in questi giorni,
una fiacca non mi accorgo più di nulla, me la sento sfatta, slabbrata, un baratro, che sarà?
- Je te comprends - risponde La bouche.
Mais c’est ton age. Les bites qui t’ont niqueè.
- Today - aggiunge Brigida già ubriaca - I don’t want to fuck. Shit, I need money!
- Bueno, no se, yo soy aun joven y guapa - dice scostante Lola. Mi cogno tiene una cara suave.
- Uè belle, site proprio quatte zoccole. Io a tengo cavara sempe.